Veronica Tomassini

Writers

Non sono veramente siciliana perché ho origini umbre e anche abruzzesi. Ma ibridamente vivo in Sicilia, a Siracusa. Sono una slavofila, ho pianto fino a rovinarmi gli occhi sulla fine di Perhan, il rom de Il Tempo dei Gitani di Kusturica. Sono una scrittrice (forse), ho esordito con il romanzo “Sangue di cane”, Laurana editore, nel 2010. Amo le ambientazioni suburbane, le storie intestine e periferiche; prediligo gli antieroi , gli immigrati, i vuoti a perdere, i profeti delle panchine. Tutto sommato lo sono anch’io, nell’insieme. Vorrei raccontarvi di loro in effetti, da qui in avanti. Di recente ho partecipato al Dizionario Affettivo di Matteo B.Bianchi, un mio racconto è presente nell’antologia edita da Transeuropa, “Love out”, mentre per la collana digitale Zoom di Feltrinelli nel luglio 2012 è uscito il mini-ebook dal titolo “Il polacco Maciej”. Ho collaborato con la Scuola Holden nell’ambito di un progetto editoriale. Alcuni scritti sono comparsi in diverse riviste letterarie. Collaboro con Il Fatto Quotidiano. Vorrei parlarvi di marginalità, da qui in avanti, una specie di diario di un povero, di un alienato, un borderline. Ma non solo.

Non vorrei aggiungere la mia età, tanto non la dimostro.

collabora con Il Fatto Quotidiano dove cura anche il blog: http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/vtomassini/

Per me è cominciata così

Sono una che scrive, vi dicevo. Come succedono le cose? Succedono così. Da Vibrisse di Giulio Mozzi

14 giugno 2008, sette di sera. Guardo la posta. Una lettera che dice: «Sono una che scrive, sono brava. Sono incazzata perché chi dovrebbe non mi cag… Avrei da proporle le mie buone cose, ma non allego. Se vuole fiutare il talento, avrà voglia di rispondermi. Sono balle, però, non capita sul serio. Non risponderà». Ci penso un momento. Lettere così ne ricevo tante, ma non tutte le lettere così sono così. Qui c’è una forza in più. Rispondo: mi mandi le sue buone cose. Il giorno dopo: «Però mi dica onestamente, la prego: le interesserebbero, visto che già edite? Le leggerà sul serio e poi il silenzio? Se le faranno schifo, non mi dirà niente e soprassederà? Perdoni la mia insistenza, sono anni che aspetto, sono stanca, è passato il tempo, ho superato i trenta e sono una morta di fame. Buchi nell’acqua di solito, al prossimo smetto di galleggiare però. Brutto carattere il mio. Attendo».

Il 18 giugno arrivano due libri. Raccolgono articoli che sono quasi racconti, scritti per il quotidiano locale. Raccontano la città, hanno una lingua fragile e splendida, e hanno una cura, un amore particolare per quella città parallela che c’è in ogni città e nella quale vivono le creature di Dio dimenticate dagli uomini. Questa donna, penso, quelle creature di Dio, non le dimentica. Prendo il telefono, chiamo. Domando: com’è che tu conosci, vivi, questa parte nascosta della città? La donna comincia a raccontarmi una storia: una storia d’amore, matto e disperatissimo. Io la ascolto, e penso: questa storia va scritta. Il 23 luglio prendo l’aeroplano. Ci incontriamo. Parliamo, camminiamo, mangiamo insieme. Io guardo questa donna, ascolto la sua voce, cerco di vedere tutti insieme, nella mia mente, i pezzi della storia che lei mi racconta a brani, a strappi. «Tu questa storia la scrivi». «Non interessa a nessuno». «Interessa a me, sarò il tuo primo lettore. La scrivi, e me la mandi man mano». Quando rientro a Padova, il 26 luglio, il primo capitolo è già lì nella mia posta elettronica. Poi arrivano gli altri: 31 luglio, 4, 9, 14, 21, 25, 31 agosto, 2, 6, 8, 11, 15, 17 settembre. «Questo è l’ultimo». Comincia il giro degli editori. All’epoca lavoravo per due editori. Entrambi respingono il romanzo. Allora lo faccio vedere a destra e a manca. Viene respinto a destra e a manca. «Ci vorrebbe più plot». «È pretenzioso». «Ha una lingua impossibile». Di nuovo, lo propongo, lo ripropongo. Passa il 2008. Passa il 2009. Insistiamo. Anche l’autrice fa circolare il testo. Anche a lei dicono: no, no. Finché accade l’imprevisto. L’autrice manda il romanzo a un giornalista celebre, che aveva avuto occasione di conoscere. Il giornalista celebre legge, e passa a un suo conoscente che, a Milano, sta creando una nuova casa editrice di narrativa. Il conoscente s’innamora del testo: sarà il primo titolo della casa editrice. La donna è Veronica Tomassini. Il romanzo s’intitola Sangue di cane. La città è Siracusa. Il giornalista celebre è Marco Travaglio. L’editore, appena nato, è Laurana. Dal 10 settembre 2010, due anni meno una settimana dopo il «Questo è l’ultimo», il romanzo è in libreria. E io sono felice. Vi prego, leggetelo. È una storia d’amore matta e disperatissima, è un romanzo patetico e ridicolo, è una vita che vi viene offerta in dono.

Tratto dal BLOG di Veronica Tomassini

HO UN LIBRO IN TESTA: vi racconto “Christiane deve morire”

(…)Massimo era uno dei compagni della valle, siamo in una periferia di una città del sud, un buco, da cui non cavi nulla, deserti della mia giovinezza. Tranche de vie, la peggiore. E la giovinezza,  la periferia, i compagni,  i vivi e quelli che sono morti, tutto questo troverete nel romanzo, e soprattutto troverete la mia poetica o ossessione, che proprio qui nel blog di Chicca avevo raccontato. La mia poetica si chiama Christiane Felscherinow. La mia vita è cambiata leggendo il suo diario, “Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”. Lo lessi a nove anni. Fu orribile e nello stesso tempo fu l’esperienza più eccitante che avessi mai vissuto. Il romanzo non è un’auto fiction, eppure chiedetemi se i personaggi sono tutti veri: e io dico sì, lo sono. Lo sono talmente che davvero faccio fatica a distinguere la traduzione letteraria e i deserti di quegli anni, di certi anni, la verità terribile di quei deserti (…)

so che c’è stato un prima e un dopo, il Bahnhof Zoo in mezzo che in fondo ha deciso pure per me

“….Avevo trovato l’amore. Ogni pomeriggio con Massimo in vespa raggiungevamo il giardino di ulivi. Per giorni e settimane, capivo che l’amore era l’attesa, era un preludio che non esaudiva me, Massimo, era una promessa, qualcosa che sarebbe stato. E non ci fu il tempo.
“Tutti dicono che non hai cuore” sussurrai durante uno dei nostri incontri. Sedevamo sotto il tramonto violaceo e crudele del colle, nel giardino degli ulivi.
Massimo non mi guardava, fissava un punto lontano, e io pensavo che il mio amore avrebbe per forza dovuto guardare un punto lontano, con la medesima intensità.
“Il cuore? Cosa significa il cuore? Se hai saputo soffrire, hai saputo amare”  disse brevemente, scocciato.
“Scusa” lo strinsi forte a me. Massimo mi allontanò e si alzò in piedi.  Notai che tremava, stava a rota.
“Andiamo?”
Massimo annuì.
“Massimo…”
Si voltò senza curiosità.
“Un giorno mi amerai?”.
Fece sì con la testa e tremava.

Agosto 2014